Tuesday, 13 June 2017

Barbarizzando Lucrezio

In quinta liceo fu la volta di Lucrezio. E così, tra i primi di Gennaio e la metà di Aprile 2012, tradussi in esametri barbari svariati brani di Lucrezio.

Proemio

Æneadum genetrix, hominum divomque voluptas,
alma Venus, cæli subter labentia signa
quae mare navigerum, quæ terras frugiferentis
concelebras, per te quoniam genus omne animantum
concipitur visitque exortum lumina solis:
te, dea, te fugiunt venti, te nubila cæli
adventumque tuum, tibi suavis dædala tellus
summittit flores, tibi rident aequora ponti
placatumque nitet diffuso lumine cælum.
nam simul ac species patefactast verna diei 10
et reserata viget genitabilis aura favoni,
aeriæ primum volucris te, diva, tuumque
significant initum perculsæ corda tua vi.
inde feræ pecudes persultant pabula læta
et rapidos tranant amnis: ita capta lepore 15
te sequitur cupide quo quamque inducere pergis.
denique per maria ac montis fluviosque rapacis
frondiferasque domos avium camposque virentis
omnibus incutiens blandum per pectora amorem
efficis ut cupide generatim sæcla propagent. 20
quæ quoniam rerum naturam sola gubernas
nec sine te quicquam dias in luminis oras
exoritur neque fit lætum neque amabile quicquam,
te sociam studeo scribendis versibus esse,
quos ego de rerum natura pangere conor 25
Memmiadæ nostro, quem tu, dea, tempore in omni
omnibus ornatum voluisti excellere rebus.
Quo magis æternum da dictis, diva, leporem.
Effice ut interea fera mœnera militiāi
Per maria ac terras omnis sopita quiescant; 30
Nam tu sola potes tranquilla pace iuvare
Mortalis, quoniam belli fera mœnera Mavors
Armipotens regit, in gremium qui sæpe tuum se
Reicit, æterno devictus vulnere amoris,
Atque ita suspiciens, tereti cervice reposta,
Pascit amore avidos, inhians in te, dea, visus,
Eque tuo pendet resupini spiritus ore.
Hunc tu, diva, tuo recubantem corpore sancto,
Circumfusa super, suavis ex ore loquellas
Funde petens placidam Romanis, incluta, pacem. 40
Nam neque nos agere hoc patriāi tempore iniquo
Possumus æquo animo, nec Memmi clara propago
Talibus in rebus communi desse saluti. 43
Madre di tutti gli Eneadi, piacere di uomini e divi,
Venere buona, che sotto gli astri scorrenti del cielo
Popoli il mare di navi, e le terre feconde di messi
Riempi, poiché grazie a te ogni specie vivente che spira
Nasce, e, dopo ch’è nato, rimira la luce del sole:
Te, dea, te i venti fuggon, te fuggon le nubi del cielo,
Te e la tüa venuta, a te sotto i piedi la terra
Dedala mette fior’ dolci, per te ridon le piane del mare,
E di luce diffusa, placato, risplende il cielo.
Ché, non appena si mostra l’aspetto verino del giorno
E il fecondante favonio, dischiuso, riprende vigore,
Prima gli uccelli del cielo te indican, diva, e l’arrivo
Tüo, nel fondo del cuor dalla tüa potenza colpiti.
Dopo i selvaggi animali saltellan pei pascoli verdi
Ed attraversano a nuoto i rapidi fiumi: così,
Dalla tua grazia rapito, ti segue ciascun dove vuoï.
Per mari e monti, infine, e pei fiumi di vortici pieni,
E degli uccel’ per le case frondose ed i fertili campi,
Dolce amore nei cuori di tutti viventi ispirando,
Fai propagar per amore le generazion d’ogni specie.
Ché la natura di tutto e di tutti da sola governi,
Né senza te alle region delle luci splendenti mai nulla
Nasce, né accade mai niente che lieto od amabile sia,
Chiedo e desidero che stia con me nello scrivere i versi
Sulla natura di tutto che or di comporre m’attento
Per il Memmiade nostro, che tu, dea, in ogni occasione
Hai disïato eccellesse, ornato di ogni virtute.
Onde ancor più alle parole, o dea, da’ fascino eterno.
Fa’ ch’intanto riposin per tutte le terre e pei mari,
Addormentate, l’azioni feroci che porta la guerra.
Tu sola, infatti, giovare agli uomini puoi con tranquilla
Pace, poiché della guerra l’azioni crudeli il potente
Marte, signor delle armi, governa, che spesso rannicchia
Sé nel tuo grembo, sconfitto da eterna ferita d’amore,
E, verso l’alto guardando, il tornito suo collo chinato,
Nutre d’amore il suo avido sguardo, ver’ te anelando,
Dea, e di quegli supino dal tuo il respiro dipende.
Questi dall’alto abbracciando allorché sopra il tuo corpo
Egli riposa, o dea, dalla bocca soavi parole      [santo
Spandi, chiedendo per Roma, o inclita, placida pace.
Noi non possiamo, infatti, in un tempo avverso alla patria
Serenamente far questo, e di Memmio la ben nota stirpe
In tali casi sottrarsi non può alla comune salute.



Elogio di Epicuro

Humana ante oculos foede cum vita iaceret 62
in terris oppressa gravi sub religione,
quae caput a caeli regionibus ostendebat
horribili super aspectu mortalibus instans, 65
primum Graius homo mortalis tollere contra
est oculos ausus primusque obsistere contra;
quem neque fama deum nec fulmina nec minitanti
murmure compressit caelum, sed eo magis acrem
inritat animi virtutem, effringere ut arta 70
naturae primus portarum claustra cupiret.
ergo vivida vis animi pervicit et extra
processit longe flammantia moenia mundi
atque omne immensum peragravit mente animoque,
unde refert nobis victor quid possit oriri, 75
quid nequeat, finita potestas denique cuique
qua nam sit ratione atque alte terminus haerens.
quare religio pedibus subiecta vicissim
opteritur, nos exaequat victoria caelo.
Allorché turpemente anzi gl’occhi la vita dell’uomo
Stava a giacere, schiacciata da religïone pesante,
Che mostrava la testa dall’alte regioni del cielo
Col suo orribile sguardo incombendo sull’uomo dall’alto,
La prima volta un Greco, un uomo, un mortale, l’ardore
Ebbe d’alzare i suoi occhi e per primo opporsi ad essa;
Lui né notizia su dei, né fulmini, né il minaccioso
Mormorare del ciel scoraggiâro, ma anzi, più ancora
La forza d’animo acuta spronâr, sì che primo egli volle
Della natura alle porte i duri serrami spezzare.
Quindi la vivida forza dell’alma stravinse, e fuori
Dalle mura fiammanti del mondo lontan proseguì,
E con animo e mente percorse l’intero infinito,
Donde a noi, vincitore, riporta che nascere puote,
Cosa non può, ed infin per qual legge ogni cosa un potere
Ha limitato, e un confine fissato nel süo profondo.
La religione perciò, sotto i piedi gettata, a sua volta
Viene schiacciata, ed al cielo uguali ci fa la vittoria.



Contro le superstizioni religiose

Illud in his rebus vereor, ne forte rearis 80
impia te rationis inire elementa viamque
indugredi sceleris. quod contra saepius illa
religio peperit scelerosa atque impia facta.
Aulide quo pacto Triviai virginis aram
Iphianassai turparunt sanguine foede 85
ductores Danaum delecti, prima virorum.
cui simul infula virgineos circum data comptus
ex utraque pari malarum parte profusast,
et maestum simul ante aras adstare parentem
sensit et hunc propter ferrum celare ministros 90
aspectuque suo lacrimas effundere civis,
muta metu terram genibus summissa petebat.
nec miserae prodesse in tali tempore quibat,
quod patrio princeps donarat nomine regem;
nam sublata virum manibus tremibundaque ad aras 95
deductast, non ut sollemni more sacrorum
perfecto posset claro comitari Hymenaeo,
sed casta inceste nubendi tempore in ipso
hostia concideret mactatu maesta parentis,
exitus ut classi felix faustusque daretur. 100
tantum religio potuit suadere malorum.
Di queste cose trattando, io temo tu possa pensare
Di penetrar gl’elementi d’un’empia ragion, e d’entrare
Nella via del delitto. Al contrario, assai spesso codesta
Religïon partorito ha delitti ed empie azioni.
Come in Aulide un dì della vergine Trivia l’altare
D’Ifianassa col sangue sporcarono ben turpemente
I conduttori scelti dei Danai, primi tra eroi.
Come la benda a costei, posta attorno ai raccolti capelli,
Su entrambe le guance in eguale parte ricadde,
E che il suo genitor stava triste davanti all’altare
Ella notò, e presso a lui i ministri celavan la spada
E che guardando colei i cittadini piangevano tutti,
Muta in terrore, cadeva, sulle sue ginocchia piegate.
Né in tal circostanza alla triste poteva giovare
Ch’ella il nome di padre al re aveva prima donato;
Fu sollevata, infatti, da mani d’eroi, e tremante
All’altare condotta, ma non per concludere il rito
Del matrimonio, e per farsi portar dal lucente Imeneo,
Ma perché, pura, empiamente, nel tempo di nozze mede-
Vittima triste cadesse, per il sacrificio del padre, [smo
Sì che alla flotta si desse partenza propizia e felice.
Tanto la religione poté persuadere a far male.



La felicità del saggio

Suave, mari magno turbantibus aequora ventis
e terra magnum alterius spectare laborem;
non quia vexari quemquamst iucunda voluptas,
sed quibus ipse malis careas quia cernere suavest.
suave etiam belli certamina magna tueri 5
per campos instructa tua sine parte pericli;
sed nihil dulcius est, bene quam munita tenere
edita doctrina sapientum templa serena,
despicere unde queas alios passimque videre
errare atque viam palantis quaerere vitae, 10
certare ingenio, contendere nobilitate,
noctes atque dies niti praestante labore
ad summas emergere opes rerumque potiri.
o miseras hominum mentes, o pectora caeca!
qualibus in tenebris vitae quantisque periclis 15
degitur hoc aevi quod cumquest! nonne videre
nihil aliud sibi naturam latrare, nisi ut qui
corpore seiunctus dolor absit, mente fruatur
iucundo sensu cura semota metuque?
ergo corpoream ad naturam pauca videmus 20
esse opus omnino: quae demant cumque dolorem,
delicias quoque uti multas substernere possint
Dolc’è veder, quando i venti sconvolgono il mare sì vasto,
Da terraferma l’enorme soffrire del naufrago in mare;
Non perché dolce piacere sia sol che qualcun d’altro soffra,
Ma ché vedere quei mali di cui tu sei privo è söave.
Dolce è pure vedere schierate nel campo le grandi
Lotte di guerra, ma senza che parte tu abbia al periglio;
Nulla è più dolce, però, che abitare le bene difese
Dalla dottrina dei saggi regioni elevate e serene,
Donde tu possa guardare gli altri, e vederli vagare
Quivi e costà, e cercare, smarriti, la via della vita,
Coll’astuzia far gare, per la nobiltate lottare,
E le notti ed i giorni sforzarsi con grande fatica
Di raggiungere enormi ricchezze e di prender potere.
O tristi menti umane, o degli uomini cuori accecati!
In quale buio di vita ed in quanto grandi perigli
Questa esistenza, qualunque essa sia, vien vissuta! E come
Non veder che null’altro richiede con forza Natura
Salvo, pel corpo, che lungi, disgiunto, il dolor stia, per l’al-
Che sensazion’ di piacer goda, lungi da affanni e ti- [ma
Quindi per la natura corporea vediamo che poco [mori?
È d’assoluto bisogno: le cose che tolgon dolore,
Tali che possano anche dare ad essa parecchie delizie.


Un peso nel cuore

Si possent homines, proinde ac sentire videntur
pondus inesse animo, quod se gravitate fatiget, 1055
e quibus id fiat causis quoque noscere et unde
tanta mali tam quam moles in pectore constet,
haut ita vitam agerent, ut nunc plerumque videmus
quid sibi quisque velit nescire et quaerere semper,
commutare locum, quasi onus deponere possit. 1060
exit saepe foras magnis ex aedibus ille,
esse domi quem pertaesumst, subitoque [revertit,
quippe foris nihilo melius qui sentiat esse.
currit agens mannos ad villam praecipitanter
auxilium tectis quasi ferre ardentibus instans; 1065
oscitat extemplo, tetigit cum limina villae,
aut abit in somnum gravis atque oblivia quaerit,
aut etiam properans urbem petit atque revisit.
hoc se quisque modo fugit, at quem scilicet, ut fit,
effugere haut potis est: ingratius haeret et odit 1070
propterea, morbi quia causam non tenet aeger;
quam bene si videat, iam rebus quisque relictis
naturam primum studeat cognoscere rerum,
temporis aeterni quoniam, non unius horae,
ambigitur status, in quo sit mortalibus omnis 1075
aetas, post mortem quae restat cumque manenda.
Se potesse ogni uomo, sì come si vede che un peso
Sente d’avere nell’alma, che con sua gravezza l’opprime,
Per quali cause accada tal peso sapere e da dove
Una sì gran quasi mole nel cuore suo triste si formi,
Lui non vivrebbe così, come or perlopiù noi vediamo
Che ciascun quel che vuole per se mai non sa e cerca sem-
Che ciascun cambia luogo, quasi il carico possa de- [pre,
Esce spesso di fuori dal gran suo palazzo coluï [porre
Ch’è annoiato di starsene a casa, e subito torna,
Sì come quello che sente che in nulla di fuori sta meglio.
Corre a precipizio, sferzando i puledri, alla villa
Quasi anelando a portare aiuto alla casa che brucia;
Subito poi lui sbadiglia, appena ha toccato la soglia,
O si rifugia nel sonno, pesante, e ricerca l’oblio,
O, affrettandosi, all’urbe dirigesi, e poi la rivede.
Sì se stesso ciascuno rifugge, ma certo – ed accade
Ciò – mai non più rifuggirlo: invito gli resta attaccato,
L’odia, poiché non conosce la causa del morbo, malato;
Se la vedesse per bene, da subito, tutto lasciato,
La natura di tutto a conoscere si studierebbe,
Ché si discute la sua condizione del tempo eterno,
Non di un’ora soltanto, in cui i mortali per tutto,
Qual ch’esso sïa, il tempo di dopo la morte hanno a stare

No comments:

Post a Comment