Tuesday, 6 June 2017

Sparsa Vergilii et Horatii fragmenta

Sorry guys, this post is about a translation into Italian, so it will be in Italian, just like all future posts featuring Italian, but not English, translations.

In quarta liceo, affrontai Virgilio in letteratura Latina. Tradussi alcuni pezzi sparsi dell'Eneide, in parte in esametri barbari (quindi versi in Italiano col ritmo dell'esametro), e in parte in endecasillabi. Cominciamo dal proemio.
Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris
Italiam fato profugus Laviniaque venit
Litora, multum ille et terris iactatus et alto
Vi superum, saevae memorem Iunonis ob iram,
Multa quoque et bello passus, dum conderet urbem 5
Inferretque deos Latio; genus unde Latinum
Albanique patres atque altae moenia Romae.
Musa, mihi causas memora, quo numine laeso
Quidve dolens regina deum tot volvere casus
Insignem pietate virum, tot adire labores 10
Impulerit. Tantaene animis caelestibus irae?
L’armi io canto e l’ero͞e che per primo da’ liti di Troia,
Profugo reso dal Fato, all’Italia e alle coste Lavinie
Giunsene, molto per terra e per mare sbattuto da forze
Degli dei, e da memore ira di Giuno crudele,
Molto soffrì anche in guerra finché egli fondasse cittade
E gli deï portasse in Lazio, onde stirpe Latina
Ed i padri Albani, e d’alta Roma le mura.
Musa a me le cause ricorda: per qual nume offeso,
Per che dolor la regina d’Olimpo a cotanto soffrire
Per pïetà uomo insigne a passare sì tante avventure
Giuno forzò: sì grandi nel ciel per l’alme son l’ire?

Poi abbiamo un singolo verso tradotto come esametro barbaro.

Tantæ molis erat Romanam condere gentem!
Tanto peso era loro fondare la gente Romana!

Infine abbiamo alcuni pensieri di Didone tradotti in endecasillabi. 5 versi in latino, 6 in Italiano, motivo per cui ci sarà una riga bianca nel latino.

Si mihi non animo fixum immotumque sederet 15
Ne cui me vinclo vellem sociare iugali,
Postquam primus amor deceptam morte fefellit;
Si non pertæsum thalami tædæque fuisset,

Huic uni forsan potui succumbere culpæ.
Se non avessi fisso e immoto in cuore
Di non volermi unire a nullo in nozze
Ché il primo amor con morte mi ha ingannata,
Se il talamo e la fiaccola nuziale
Non incontrasser dentro me disgusto,
Ceder potrei a quest’unica colpa.


Più avanti nella quarta incontrai anche Orazio. Di seguito le traduzioni in metrica barbara dell'epistola a Celso Albinovano e dell'ode a Licinio, nonché il sonetto che traduce il carpe diem.

Epistula VIII, ad Celsum Albinovanum
Celso gaudere et bene rem gerere Albinovano
Musa rogata refer, comiti scribæque Neronis.
Si quæret quid agam, dic multa et pulchra minantem
Vivere nec recte nec suaviter, haud quia grando
Contunderit vitis oleamve momorderit æstus, 5
Nec quia longinquis armentum ægrotet in agris,
Sed quia mente minus validus quam corpore toto
Nil audire velim, nil discere, quod levet aegrum,
Fidis offendar medicis, irascar amicis,
Cur me funesto properent arcere veterno, 10
Quæ nocuere sequar, fugiam quae profore credam,
Romæ Tibur amem, ventosus Tibure Romam.
Posthæc, ut valeat, quo pacto rem gerat et se,
Ut placeat iuveni, percontare, utque cohorti.
Si dicet “recte”, primum gaudere, subinde 15
Præceptum auriculis hoc instillare memento:
“Ut tu fortunam, sic nos te, Celse, feremus”.

Hor., Ep., I 8


Carmen rursus X, ad Licinium
Rectius vives, Licini, neque altum
Semper urgendo neque, dum procellas
Cautus horrescis, nimium premendo
Litus iniquum.

Auream quisquis mediocritatem
Diligit, tutus caret obsoleti
Sordibus tecti, caret invidenda
Sobrius aula.

Sæpius ventis agitatur ingens
Pinus et celsæ graviore casu
Decidunt turres feriuntque summos
Fulgura montis.

Sperat infestis, metuit secundis
Alteram sortem bene præparatum
Pectus; informis hiemes reducit
Iuppiter, idem

Submovet. Non, si male nunc, et olim
Sic erit: quondam cithara tacentem
Suscitat Musam neque semper arcum
Tendit Apollo.

Rebus angustis animosus atque
Fortis appare; sapienter idem
Contrahes vento nimium secundo
Turgida vela. 
Hor., Carm., II 10


Carmen XI, ad Leuconoen seu Carpe Diem
Tu ne quæsieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
Finem di dederint, Leuconoë, nec Babylonios
Temptaris numeros.


[Ut melius, quidquid erit, pati,
Seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
Quæ nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum:


[sapias, vina liques, et spatio brevi
Spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida


Ætas: carpe diem, quam minimum credula postero.

Hor., Carm., I 11
Epistola VIII, a Celso Albinovano
Augura, Musa, ti prego, a Celso Albinovano,
Scriba e compagno a Neron, di star bene e gestir bene il suo.
Se chiede come mi va, di’ che, ben che m’imponga assai molte
Buone azioni, non vivo né come a me piacerebbe
Né come giusto sarebbe, ma non ché la grandine m’abbia
Danno recato alle viti, o gl’ulivi ’l calor m’abbia morso,
Né ch’un armento ammalato in pascoli lungi si sïa,
Ma ché nella mia mente men sano che ’n tutto ’l mio corpo
Niente voglio sentir, niente apprendere, che mi guarisca,
Coi fidi medici m’iro, m’arrabbio coi miei amici
Poi che mi cercan cacciar dalla torpida e morta vecchiezza,
Seguo ciò che fa mal, ciò che credo giovarmi rifuggo,
Voglio Tivoli a Roma, volubile, a Tivoli Roma.
Chiedigli poi come stia, come sé amministri e gl’affari,
Come le grazie del giovin e del süo seguito incontri.
Se dice “va tutto bene”, dapprima rallegrati, e dopo
Questo consiglio ricorda di mettere nelle su’ orecchie:
“Sì come tu la tua sorte, così ti sopporterò, Celso”.
Orazio, Epistole, Libro I


Ode di nuovo decima, a Licinio
Meglio tu, Licinio, vivrai, all’alto
Mar non sempre andando né, cautamente
Tempestà temendo, premendo troppo
L’ìnfida costa.

Quelli ch’ama l’aurëa via di mezzo,
Lungi tien, sicur, di cadente casa
Lo squallore, l’astio di gran palazzo,
Ben misurato.

Agitan più spesso li venti un alto
Pino, l’alte torri più gran fracasso
Fan crollando, e ’l fulmine i monti sommi
Primi ferisce.

Ne’ mal tempi spera, ne’ buoni teme
L’altra sorte un animo preparato
Bene; Giove porta gl’inverni avversi,
Ma poi lui stesso

Toglieli. Se or ti va mal non sempre
Sì sarà: talvolta sua cetra sveglia
La tacente Musa, né sempre l’arco
Tende Apollo.

Nell’angustie bene ti mostra forte,
Coraggioso pure; sapiente poi
Le tue gonfie vele trarrai se ’l vento
Troppo ti spinge.
Orazio, Odi, Libro II, 10


Ode XI, a Leucònoe ovvero Carpe Diem
Tu non chieder (bestemmia è da sapere)
Qual fine a te, a me gli dei han dato,
Leucònoe͜ , ’nterrogare non volere
Quanto a Babilonia han calcolato.

Quant’è meglio accettare checché viene!
Sia che più verni ci abbia assegnato
Giove, o questo come ultimo, che tiene
Contro i scogli ’l Tirreno affaticato:

Alla tua vita dà sapore, ’l vino
Filtra, e, ché la nostra vita è breve,
Lontana speme chiudici. Persino
Mentre parliam, sarà fuggito in breve

Il tempo ostile: cogli ognor l’istante,
Quanto men puoi t’affida a quel più avante.
Orazio, Odi, I 11

Date
Il proemio dell'Eneide risale a tra il 22/1/11 e il 25/1/11. Il verso singolo risale a quando incrociai quel verso nell'Eneide, che certamente accadde tra Novembre 2011 e il 15/1/2011. La traduzione in endecasillabi anch'essa risale a quel periodo.
Albinovano risale al 6-7/4/2011. Licinio fu iniziata il 7. Leuconoe non posso precisarla perché ho dei vaghi ricordi che la associatno a cose distanti nel tempo, precisamente:
  • Una mia "poesia" del 28/5/11;
  • Una traduzione di Donne del 28/4/11;
  • Un'altra traduzione della stessa poesia di Donne del 23-24/3/11.

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